Perché comunicando rispondiamo alla domanda: “Io chi sono?”

La prima cosa che voglio dirvi per rallegrarvi la giornata e senza buone maniere, proprio come faceva vostra madre che da bambini prima vi teneva per la nuca e poi vi spingeva con determinazione verso corpi estranei (che non vi piacevano, di solito parenti alla lontana), obbligandovi a baciarli e a sorridere, è che: nessuno di noi esisterebbe senza l’altro, la nostra autoconsapevolezza dipende dalla comunicazione.

Ciò significa che gli essere umani hanno una concezione di sé e rispondono alla domanda del titolo di questo articolo, attraverso la comunicazione umana. Non c’è dove andare, l’interazione è un mezzo per definire la nostra identità e autenticità.

Potrei finire qui, ma perché farlo se posso dirvi altre cose di voi che sicuramente vi turberanno? E se c’è sempre l’amico Paul Watzlawick, che già vi avevo presentato, che mi viene in soccorso per spiegarvi questa cosa: noi umani non comunichiamo solo per scambiarci delle informazioni come ad esempio facciamo io e il mio fidanzato, intorno alle 18.08 di ogni avventuroso giorno, su cosa magneremo per cena (lui fa lo chef e ha un ristorante, giusto per dirvelo).

Noi umani facciamo molto di più, infatti quando comunichiamo con qualcuno ci scambiamo non solo messaggi su un fatto (la cena) ma anche delle informazioni sulla natura/forma della relazione che intercorre tra noi e l’altro e in questo scambio, facciamo qualcosa di ancora più pazzesco: ricostruiamo il nostro concetto del sé.

Restando nell’esempio ‘che si magna‘:

Se mentre fidanzato sta cucinando, immaginiamo una carbonara… Dai e in barba ai vegani, mi chiede (con due toni diversi, il primo dolce e l’altro no):

“Amore dov’è la mia pinza? (senza la quale non posso graffiare la padella nuova. Corsivo mio)

OPPURE

“dove cazzarola fai finire sempre le mie cose? La Polinesia ha preso anche la mia pinza, oltre ai miei calzini!” e come per la magia di Harry Potter, io mi trasformo in “tu sai chi”.

Se osservate i due enunciati potrete facilmente intuire che il contenuto del massaggio è uguale (lui cerca la pinza, perché non trova mai nulla) ma l’informazione sul tipo di relazione è completamente diversa. Nel primo caso io sono “amore”, nel secondo “quella che fa sparire tutto”. E vi giuro, non è vero.

Per farvi capire bene la faccenda dobbiamo fare un passo indietro rispondere alla domanda che le protagoniste di Sex and the city si sono fatte per 94 episodi: cos’è una relazione? (di getto mi verrebbe da rispondere una pessima idea).

Una relazione è un legame che unisce due persone che “comunicando stabiliscono e confermano il loro essere legati”. Attraverso il legame con qualcuno viviamo e produciamo le nostre emozioni, che possono essere positive o negative, tanto più forti sono le emozioni che sentiamo tanto più intenso è il legame.

Volevo risparmiarvi dei concetti familiari ai professionisti della comunicazione (parappoppero-poppero), ma poi ho realizzato che tutti, anche voi, meritate di conoscere i retroscena di questa cosa che non possiamo smettere di fare- comunicare.

Quanti tipi di relazione e di comunicazione esistono?

Prima di dare il via alle vostre fantasie, devo dirvi (anche se questo lo sa anche Salvini, che come dice l’amico e filosofo Galimberti è ad “un livello preculturale”) che la comunicazione può essere:

  • analogica, ossia non verbale (posizione del corpo, gesti, espressione del viso, inflessioni della voce, sequenza, ritmo, cadenza e contesto in cui ha luogo l’interazione);
  • numerica, ossia il linguaggio;

Questi due moduli coesistono in ogni messaggio e ci servono per esprimere l’aspetto di contenuto, che ha più probabilità di essere trasmesso attraverso l’uso del modulo numerico (“dov’è la pinza”), e quello di relazione, per lo più attraverso il modulo analogico (la natura della relazione: “Tono di voce 1” o “tono di voce 2”). Quest’ultima distinzione, prendetela con le pinze, perché è nu poco più complicata. Ma per spiegarvi le vostre relazioni va bene così.

Relazione complementare e simmetrica

A questo punto sarete già stanchi (come siete lazy, pigri non si usa più) e dunque cedo la parola ad Annamaria:

“Quando le persone si considerano pari tendono a legarsi in maniera simmetrica, rispecchiandosi. Altrimenti si legano in maniera asimmetrica, completandosi.”

Noi tutti abbiamo relazioni sia simmetriche che complementari, che possono derivare da differenze di età, di ruoli, di contesto culturale ecc.; ma se parliamo di me e il mio fidanzato (e di voi e i vostri compagni, mariti, mogli e affini) possiamo passare dall’essere simmetrici quando decidiamo insieme che la lavatrice non è collegata con la Polinesia (o più seriamente dove andremo a viverre, se faremo dei figli) o “diversamente complementari” per cose come: pulire casa (io), fare la spesa (sempre io), cucinare (lui).

E per finire la cosa più importante, è dentro una relazione/interazione che possiamo confermare non solo il tipo di relazione che abbiamo, ma anche la definizione di sé.

Quando comunichiamo oltre al contenuto del messaggio diciamo: “Ecco come mi vedo in rapporto a te in questa situazione”, questa definizione di noi se viene confermata dall’altro si presume che saremo individui sani mentalmente e la comunicazione sarà efficace. Questo succede anche quando l’altro rifiuta il giudizio su noi stessi poiché, anche se doloroso, non ha conseguenze gravi come la disconferma. Essa dice: “tu non esisti” ed è qui che avviene la perdita del sé, l’alienazione.

Per farla breve

Abbiamo detto che la conferma e il rifiuto dell’altro sono fondamentali per uno sviluppo sano dell’individuo, perché in entrambi i casi riconoscono la nostra esistenza e il nostro io.

Spesso non ci accorgiamo quando discutiamo con qualcuno, specialmente nelle relazioni interpersonali, che il problema del nostro “discutere” non è il contenuto, sul quale siamo in accordo (anche se ci sembra di non esserlo e difatti litighiamo), perché è a livello di relazione che siamo in disaccordo.

Ricordatevi, da ora in poi, che quando aprite bocca viaggiate a due livelli di comunicazione, contenuto e relazione e spesso la disputa tra due soggetti (madre-figlio, moglie-moglie, fidanzato-fidanzata ecc.) ha a che fare con lo “stabilire” la relazione.

É una lotta continua quella di capire in “che relazione siamo”, perché da essa traiamo e comprendiamo l’altro, il nostro stare insieme, ma in maniera ancora più profonda riconosciamo la nostra esistenza. Secoli fa qualcuno cantava “Questione di feeling” oggi posso assicurarvi che è solo questione di feedback, ci nutriamo di questo, della risposta dell’altro a noi.

Se non mi credete vi posso dire che per scrivere questo articolo ho letto due libri per un totale di 546 pagine. Voi potreste controbattere e dire che mento, ma a quel punto a che livello comunicheremmo?

Se non sapete la risposta ricominciate dal titolo.

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